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certificazioni

In questo articolo parleremo della qualità, del perché sia importante da un punto di vista economico e dei parametri che definiscono la qualità della canapa. Nel primo paragrafo faremo un salto indietro di 100 anni, per spiegare la nascita stessa del concetto di ‘qualità’ e la sua evoluzione nel corso del XX secolo. Nel paragrafo seguente viene presentato un esempio, per capire cosa comporta il controllo qualità nella pratica. Gli ultimi due paragrafi affrontano il problema del controllo qualità nel settore della canapa, con una breve dissertazione sulle analisi disponibili ad oggi e alcuni sviluppi futuri.

Perchè la qualità è importante?

A cavallo tra il XIX ed il XX secolo si è assistito ad un approccio sempre più scientifico alle materie puramente “organizzative”, come il management, in seguito all’avvento della produzione industriale standardizzata. Nella seconda metà del ‘900 questo approccio era diventato una disciplina a tutti gli effetti: il quality management (traducibile letteralmente in “gestione della qualità”). Questa breve introduzione serve a far capire che la qualità non è un concetto astratto, ma è dato da un approccio scientifico alla gestione. Ci sono diversi esempi che mostrano come, investendo in qualità, si ha un ritorno economico sotto diverse forme (minor spreco di risorse e tempo, meno difetti sui prodotti finali, maggior nr di pezzi prodotti): uno tra tutti il Giappone del dopoguerra, dove la qualità è stata sviluppata come disciplina industriale su tutto il territorio nazionale; i prodotti giapponesi, considerati economici e di scarsa qualità negli anni ‘50/’60, sono diventati oggetti di fascia alta a partire dagli anni ‘70, contribuendo alla ripresa.

Perché investire nel controllo qualità?

Per rispondere a questa domanda, porto un esempio dalla vita di tutti i giorni. A chi non è mai capitato di prendere qualche chilo di troppo? In questi tristi casi, ci si mette a dieta e si inizia a fare attività fisica, giusto? Ma come facciamo a sapere se quel che stiamo facendo funziona? Semplice! Compriamo una bilancia e ci pesiamo a intervalli regolari. In pratica, controlliamo nel tempo il peso corporeo ed il suo andamento con il passare dei giorni/settimane. Questo è il motivo che dovrebbe spingere un’azienda ad investire nel controllo qualità: il CQ non serve solo a controllare l’effettiva qualità del singolo prodotto (se effettivamente abbiamo perso Kg), ma anche ad evidenziare problemi nel processo di produzione/trasformazione dello stesso (se non li perdo e faccio tutto quel che devo, c’è qualcosa che non va!) in modo da intervenire tempestivamente.

Controllo qualità e cannabis: quali sono i parametri di qualità?

Quando si parla di canapa, i parametri che spesso vengono presi in considerazione sono le concentrazioni % di THC e CBD. Ovviamente il THC deve essere controllato per legge, in quanto le normative sugli stupefacenti ne limitano la concentrazione nei prodotti finali. Per quel che concerne il secondo, si pensa che una alta % di CBD corrisponda ad un prodotto di alta qualità. Nulla di più falso! O meglio, si deve precisare che esistono anche altri cannabinoidi e altre classi di molecole. Ad esempio, la concentrazione di Cannabinolo (CBN) è un valore che indica quanto il materiale è invecchiato e deperito: ad alti valori di CBN corrisponde un prodotto spesso scadente, che ha perso gran parte degli aromi. A proposito di aromi, il profilo terpeno-fenolico è caratteristico di ogni pianta e può variare anche tra coltivazioni vicine. Basta pensare a quel che succede con le uve e la produzione di vino: il Chianti è un ottimo vino, ma quante cantine esistono che producono Chianti? Nonostante l’area geografica delimitata e la provenienza da uve comuni, due bottiglie di cantine diverse avranno aromi leggermente diversi. Quelli elencati finora sono parametri che definiscono principalmente la qualità organolettica, ma non si deve dimenticare che ci sono diversi parametri che, nei prodotti per consumo umano, devono essere controllati: metalli pesanti, pesticidi e aflatossine solo per citare i più comuni. Partire da questi controlli, senza nascondersi dietro all’”uso tecnico”, dovrebbe essere la priorità di qualunque azienda che voglia farsi un nome nel settore. Anche perché, come visto nel primo paragrafo, qualità si traduce in guadagno.

Il futuro delle analisi: test rapidi e strumenti portatili.

Negli ultimi anni, con il crescente interesse che la cannabis sta suscitando nel mondo, molte aziende del settore analitico stanno proponendo nuove soluzioni, e non solo per i laboratori analitici ma anche per i coltivatori. Un esempio sono i test rapidi microbiologici della ditta inglese Hygiena: semplici stick che restituiscono un risultato nel giro di pochi minuti, evitando lunghe e costose analisi microbiologiche. Oppure test rapidi per monitorare il contenuto di cannabinoidi, come i test AlphaCat, che permettono di valutare in tempi rapidi le concentrazioni di THC e CBD. E’ importante sottolineare che queste analisi rapide non sostituiscono le analisi ufficiali di laboratorio, ma servono come test quasi immediati per individuare possibili problemi da analizzare con le tecniche classiche. Dato che niente spiega come un esempio, prendete il pH: potete usare una cartina al tornasole per avere un’idea del valore (è circa pH 4, tendente a 5), ma serve una analisi da laboratorio per determinare l’esatto valore (il pH è 4,57). Ma le novità non finiscono qua! Per ora disponibili solo in nordamerica, esistono già strumenti portatili per determinare con buona precisione il contenuto dei cannabinoidi direttamente in campo, mentre nuovi strumenti da laboratorio sfruttano tecniche alternative per la stessa analisi in modo da abbattere i costi.

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Audit, certificazioni
In questo breve articolo, affrontiamo la tematica delle certificazioni e degli audit. Chi ha familiarità con la grande distribuzione organizzata (GDO) avrà già sentito parlare di queste pratiche, ma spesso vengono male interpretate o confuse. Vediamo nel dettaglio cos’è un audit e a cosa serve.

Che cos’è un audit?

Secondo la definizione ufficiale, ovvero la normativa ISO: Un audit è un processo sistematico, indipendente e documentato per ottenere prove e valutarle con obiettività, al fine di stabilire in quale misura siano stati soddisfatti gli standard prefissati.  A volte l’audit viene paragonato erroneamente ad un’ispezione, quando le finalità dei due processi sono ben diverse: nel primo caso la verifica viene svolta per evidenziare eventuali problemi ed inefficienze da correggere, mentre le ispezioni, svolte da organi di controllo, comportano sanzioni in caso di mancata adempienza alle norme. La principale differenza sta proprio in questo: l’audit è un’attività di analisi volta a migliorare l’efficienza di un processo, prodotto o servizio. I settori dove l’audit trova impiego sono i più disparati: tecnologie informatiche, agroalimentare, bancario, clinico solo per citarne alcuni – questo perchè l’audit è un modo efficace di trovare ed affrontare i problemi. Leggendo meglio la definizione, si possono già intuire alcuni aspetti chiave dell’audit. Ad esempio, si parla di standard prefissati, ovvero l’audit viene condotto una volta decisi i parametri da valutare. Si tratta inoltre di un processo documentato: tutte le evidenze vengono raccolte e scritte nel report finale, assieme ad eventuali ‘consigli’ per correggere le difformità riscontrate.

Perchè dovrei farlo? A cosa serve?

Come già accennato, l’audit è una pratica che viene messa in atto per controllare e correggere l’organismo oggetto dell’audit, con finalità di miglioramento. Nel primo paragrafo abbiamo fatto riferimento al caso dell’audit interno, ovvero l’audit di un’organizzazione sui suoi stessi processi e sistemi. Oltre all’audit interno, esistono audit di seconda e terza parte che vengono eseguiti da soggetti esterni all’azienda. Nel caso dell’audit di seconda parte, la verifica viene eseguita come ulteriore sicurezza per regolare partnership commerciali: ad esempio, un’azienda potrebbe richiedere un audit ai propri fornitori, per assicurarsi il rispetto degli standard qualitativi e delle procedure definite nel contratto. L’audit di terza parte viene svolto dagli organismi di certificazione (Accredia in Italia) per verificare il rispetto dei requisiti richiesti dalla certificazione stessa; una volta superato l’audit di terza parte, la commissione addetta rilascerà la certificazione all’azienda richiedente.

Audit e Cannabis

Nel settore della cannabis gli audit sono di vitale importanza, in particolar modo per la cannabis terapeutica. Le coltivazioni di cannabis ad uso medicinale seguono strette certificazioni riguardanti la coltivazione (GACP, Good Agricultural and Collecting Practice), mentre i prodotti da essa derivati devono essere prodotti secondo la certificazione GMP (Good Manufacturing Practice). Queste certificazioni, come visto prima, sono legate ad audit di terza parte che devono essere programmati di anno in anno; in caso i requisiti vengano a mancare, le certificazioni sono revocate. Ad oggi, non esistono in Italia certificazioni da organismi ufficiali riguardanti la canapa, tranne la certificazione biologica per la canapa ad uso alimentare (quindi semi, farina e olio). La mancanza di certificazioni ufficiali ha portato alla nascita di tante certificazioni “fatte in casa”, spesso proposte da enti del settore per tutelare e tranquillizzare chi ne fa richiesta. Fate molta attenzione, in quanto queste certificazioni non hanno alcuna validità.

Quindi come faccio a tutelarmi? Cosa posso fare?

Come abbiamo visto inizialmente, la pratica dell’audit può essere svolta indipendentemente dalla richiesta di certificazione e può essere utile in diversi passaggi della filiera.  Per il coltivatore, l’audit interno è un valido metodo di controllo sulle procedure aziendali, in modo da individuare in tempo eventuali problemi; in seguito, può essere presa in considerazione la certificazione ISO 9001 riguardante la gestione della qualità. La certificazione ISO 9001 è sinonimo di qualità e di attenzione per la stessa, non a caso l’Italia è il secondo Paese al mondo per numero di aziende certificate ISO 9001. Il Made in Italy non è frutto del marketing a livello nazionale, ma un fatto vero e proprio che si può verificare nei report ISO annuali. Stesso discorso vale per i brand, ma per questi anche la pratica dell’audit di seconda parte è fondamentale. Per assicurarsi il rispetto dei limiti di legge, oltre che delle buone pratiche di lavoro e di conservazione del materiale vegetale, si può inserire una clausola contrattuale che preveda l’effettuazione di audit ai propri fornitori. In questo modo si possono ridurre notevolmente problematiche legate al prodotto, caratterizzato da una variabilità intrinseca non trascurabile. Se vuoi scoprire come la tua azienda potrebbe impiegare in modo efficace la pratica dell’audit, scrivici e studieremo nel dettaglio cosa può essere auditato (si, esiste: voce del verbo auditare).
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